The Sound of Silence – Sei giochi che raccontano attraverso le immagini

Speciali

La scelta di non dire è di per sé un atto linguistico.

Ci sono diversi modi per raccontare una storia, così come sono molteplici le possibilità comunicative del genere umano. Non è infatti strettamente necessario far uso di voci o spiegazioni scritte per affascinare e coinvolgere lo spettatore; al contrario, spesso possono semplicemente essere le immagini e le musiche a narrare una trama complessa e articolata. Se in passato tale tecnica era prerogativa del mondo teatrale e cinematografico, negli ultimi anni anche il nostro media preferito ha allargato i propri orizzonti comunicativi, proponendo vicende, semi-mute e non, di una potenza emotiva unica. Scopriamo insieme alcuni titoli che in tal senso sono in grado di trasportate il giocatore nel proprio silenzioso nonché meraviglioso universo, spesso quest’ultimo appena accennato dal più flebile dei sussurri.

ICO

Correva l’anno 2002 quando finalmente approdò in Europa, in esclusiva per PlayStation 2, una vera e propria rivoluzione a livello sia artistico sia narrativo. ICO non è un semplice videogioco, sarebbe forse riduttivo definirlo così: è un’esperienza surreale, speciale, drammatica, raccontata tramite l’ausilio esclusivo delle immagini a schermo. La vicenda ruota attorno ad un ragazzo, ICO, trascinato suo malgrado dalla stessa sua gente in un enorme castello nella foresta. Fin dalla sua nascita il fanciullo deve far fronte ad una maledizione: le bianche corna sopra la testa sono infatti viste come un sinistro presagio nel suo villaggio natale, che in passato ha già rinchiuso altri bimbi simili a lui. Una volta liberatosi dalla prigionia di un macabro sarcofago, il ragazzo ben presto trova una fanciulla, Yorda, la quale sembra avvolta da una strana luce eterea. I due, nonostante l’inusuale linguaggio da lei utilizzato, si daranno man forte l’un l’altro per sfuggire dal castello. La particolarità del titolo sta nella sua narrazione quasi mimica, in cui i due ragazzi comunicano tra loro tramite gesti e indicazioni più o meno eloquenti per il giocatore. Sebbene infatti, rigiocando l’avventura nella versione non europea, i pochi scambi di battute fra i due risultano tradotti, l’unica vera parola che è sempre riconoscibile è il nome di ICO pronunciato da Yorda in vari frangenti dell’avventura. Un richiamo in egual misura dolce e malinconico che ben si sposa con l’atmosfera proposta, nella quale possiamo intuire la storia solo proseguendo nella vicenda, risolvendo molti enigmi e proteggendo la fanciulla dalle ombre. Difficile descrivere a parole le sensazioni che questa pietra miliare ha trasmesso e trasmette tutt’ora negli animi di coloro che lo giocano. Il successo sia di critica che di pubblico portò ai due seguiti spirituali di ICO, Shadow of The Colossus e The Last Guardian, che incoronarono l’autore Fumito Ueda come uno tra i più rinomati game designer del panorama contemporaneo.

 

La serie Souls

Credo sia imprescindibile non includere in questa nostra disanima una delle saghe più amate e apprezzate degli ultimi anni, capace di donare davvero tanto all’industria videoludica recente. Sì, perché i titoli creati da From Software non hanno semplicemente riportato in auge un’effettiva sfida creduta perduta ormai da tempo nel settore, ma hanno inoltre proposto un modo per certi versi innovativo di raccontare una storia. Non è un mistero la profonda stima che il buon Hidetaka Miyazaki ha provato e prova tutt’ora per ICO, e la dimostra in un modo tutto suo nei giochi in questione. La serie Souls, Bloodborne incluso, non è solita prender per mano il giocatore, il quale spesso può non esser perfettamente conscio della strada da seguire e si basa su criptici indizi svelati da NPC non sempre chiari nelle loro intenzioni. Egli può solo esplorare le varie zone in cerca di risposte più precise che però non troverà mai, lasciandosi trasportare dal proprio intuito e da alcuni accenni del mondo descritti nei vari oggetti recuperati. Se ad una fugace occhiata tali elementi possono risultare in una trama vuota e senza alcun senso apparente, invero nascondono delle sotto-trame che messe insieme danno vita ad un universo intrigante e avvincente, un mosaico di proporzioni stupefacenti ed incline a molteplici chiavi di lettura dall’utente.  Non resta altro da fare che inchinarsi dinnanzi al lavoro di Miyazaki e i suoi, ancora oggi in grado di far discutere i fan e non solo sull’effettiva realtà dei fatti da loro esposti. Provare per credere.

 

Hyper Light Drifter

L’avvento dei Souls portò alla creazione di un genere videoludico specifico, il cosiddetto “Souls-like”, con il quale si definisce un titolo che ha nelle meccaniche di gioco e nella struttura narrativa molte similitudini con la saga From Software. Caratteristiche peculiari sono la difficoltà degli scontri e le poche linee guida date all’utente, che deve scegliere autonomamente dove andare per proseguire. Tralasciando gli innumerevoli esempi che è possibile trovare al giorno d’oggi, tra cui spicca senza dubbio l’ottimo Salt and Sanctuary, la mia attenzione quest’oggi ricade su un altro piccolo grande lavoro Indie: Hyper Light Drifter. Sebbene l’autore stesso, Alex Preston, fa riferimento al gioco come un mix di Legend of Zelda: a Link to The Past e Diablo, il particolare metodo narrativo richiama non poco ai Souls, con il nostro eroe che comunica e interagisce con l’ambiente di gioco tramite brevi schermate illustrate prive di dialogo. L’action RPG che si ha davanti riporta per atmosfere e difficoltà ai fasti dell’era SNES, grafica 16 bit inclusa: il risultato è un’avventura splendida e coinvolgente, non priva di momenti drammatici opportunatamente evidenziati da una soundtrack davvero lodevole. Tutto ruota intorno alle vicende del Drifter, guerriero dalle notevoli capacità combattive e in possesso di una tecnologia creduta ormai scomparsa nel mondo. Il nostro eroe è affetto da una malattia non specificata, ispirata a quella cardiaca dello sviluppatore, che pare poco a poco consumarne inesorabilmente le energie vitali. Se siete amanti del genere, è un titolo che non dovreste proprio lasciarvi sfuggire.

Limbo

Primo sorprendente lavoro del talentuoso team danese Playdead, Limbo rappresenta un progetto unico nel suo genere. Appartenente alla categoria dei puzzle-platform, la sua caratteristica distintiva sta nella cupa atmosfera visiva, data dal sapiente uso del chiaro-scuro che, insieme ad un comparto sonoro ridotto al minimo, quasi ovattato, regala una visione dell’omonimo piano ultraterreno molto inquietante. Impersoniamo un ragazzino, risvegliatosi senza un motivo apparente in questo inospitale luogo, in cerca di sua sorella maggiore. Non ci è dato sapere altro, il nostro unico scopo è sopravvivere alle molteplici trappole e minacce ambientali propense a portare il fanciullo ad una macabra fine, e spesso davvero diaboliche nelle loro soluzioni. Se a prima vista può sembrare che non vi sia alcuna struttura narrativa, essa c’è eccome, a giudicare dalle molteplici teorie che è possibile trovare in rete, ognuna molto plausibile ed accuratamente argomentata. Anche il suo seguito spirituale, Inside, presenta una struttura di gioco molto simile, ambientata in un futuro alternativo, piena di punti di vista differenti e diverse speculazioni sui suoi significati nascosti. Due visionarie avventure da vivere tutte d’un fiato.

Rime

Appartenente alla stessa categoria del sopracitato Limbo, Rime è una fiaba color pastello dall’indubbia carica emotiva. Sviluppato dai Tequila Works, il gioco ci vede nei panni di un ragazzo naufragato sulla spiaggia di un’isola sconosciuta. Mentre è intento ad esplorare l’isola, insieme ad una magica volpe, egli non solo apprende la capacità di riattivare strani marchingegni con l’ausilio della propria voce, ma spesso incontra un uomo con un mantello rosso con il quale non riesce ad interagire. Proseguendo nell’avventura il legame tra lui e questa emblematica figura verrà poco a poco svelato, ma null’altro vi dirò a riguardo per non rovinarvi la sorpresa. Sappiate soltanto che lo scorrere degli eventi in Rime è cadenzato da musiche orchestrate alla perfezione, che per leggiadria e potenza evocativa strizzano l’occhio alle produzioni dello Studio Ghibli. Anche se forse si poteva far di più per la varietà delle situazioni e degli enigmi proposti, Rime ha senz’altro una storia ben scritta e commovente che merita assolutamente di essere scoperta.

Little Nightmares

Quella del titolo Bandai Namco, sviluppato dai Tarsier Studios, è una storia alquanto inquietante e non priva anche lei di molteplici diramazioni teoriche. In un sinistro resort subacqueo sito in un mondo surreale noto come “Le Fauci”, una bambina di nove anni fugge nel tentativo di scoprire la verità sulla prigionia sua e di altri bambini. Armata unicamente di un accendino, e vestita di un caratteristico impermeabile giallo, la giovane esplorerà le diverse sezioni della struttura, interagendo con alcuni pacifici esserini e grottesche pericolose creature. Il viaggio che l’attende la proverà sia nel corpo che nell’animo, viste le orribili intenzioni che gli avventori del resort sembrano avere in serbo per lei e gli altri prigionieri. Ella dovrà inoltre sfuggire alle grinfie dei custodi, nascondendosi accuratamente nell’ombra per non farsi individuare. In questi frangenti e non solo, Little Nightmares mostra una verve tendente all’horror a tratti sorprendente: la narrazione fa infatti molto leva sugli effetti ambientali, lasciando sporadicamente ad un’incalzante musica il compito di evidenziare le parti più concitate, per poi essa svanire in modo sinistro una volta afferrati dal nemico di turno. Una sensazione raggelante, almeno per la prima volta, visto che attenuata la musica le uniche cose udibili sono il sospiro strozzato della bambina e i mugugni insensati del nostro rivale, che precedono l’inevitabile fine della piccola.  Un incubo breve ma altresì affascinante.

Siamo giunti alla fine di questa nostra piccola panoramica sul sapiente uso della parola non detta in campo videoludico. Il silenzio stesso infatti è un messaggio vero e proprio spesso dai più sottovalutato. E sono certo che se potessimo cogliere le diverse sfumature di cui è capace, sarebbero innumerevoli i concetti e le supposizioni a cui potremo giungere, così come nella vita così nel mondo creativo generale.

Enjoy the Silence.